Canti del caos
o il destino dell’universo
Prima ancora delle ragioni morali, sentimentali, biografiche che innervano e nutrono la letteratura d’alcuno, è il processo creativo, la genesi dell’universo letterario messo in pagina a destare il mio vivo interesse. Non tanto, o non solo, la prassi generale, se c’è, più o meno abitudinaria, rituale talvolta, di un autore, ma anche il particolarissimo groviglio di intrecci cognitivi, esistenziali, culturali che dà forma all’impalcatura di quell’opera e non di un’altra.
In questa chiave, Canti del caos soddisfa la mia curiosità, benché la faccenda si mantenga sul piano della finzione. A dire che non ho il modo né l’ambizione di rintracciare o ricostruire il processo creativo che ha sostenuto questo romanzo dalla sua concezione alla sua manifestazione finale, perché da un lato esso è un organismo narrativo talmente espanso ed eccentrico da indurmi il sospetto di aver generato da sé, nel tempo, sempre nuove spinte, tanto che la prima di esse parrebbe una fra molte. In secondo luogo, la materia dell’opera è di per sé ostensione di un processo di creazione letteraria, e tanto mi basta per cederene al fascino. Canti del caos è in altri termini un metaromanzo, un racconto precipitoso e fluviale che trova sostanza nella genesi multipla di narrazioni parallele o intersecanti, sempre ondivaghe, centrifughe, eccentriche nel loro alternare (o mescolare) i toni del lirismo come dell’espressionismo più efferato, del comico, dell’alto e del triviale. Ma lucidissime, nelle loro coerenza interna, ciascuna di queste narrazioni afferisce alle altre o dalle altre si diparte per concorrere in ogni caso alla realizzazione della catastrofe. Materiale nebuloso, insomma, che si agglomera in risposta a leggi imperscrutabili impresse da un motore invisibile, benché presente, nascosto oltre l’orizzonte degli eventi.
La volontà di un editore – il Gatto – di pubblicare niente meno che un capolavoro dà l’abbrivio a una cascata di vicende che ha per protagonisti numerosissimi personaggi. Essi agiscono, in un primo momento, secondo le parole del Matto, ossia l’autore del citato capolavoro in fieri, ma presto si affrancano dal mondo della loro narrazione per interagire con i personaggi principali. In aggiunta, alla prima voce del Matto se ne affiancano altre, come quella dell’ispettore Lanza, aspirante scrittore, il quale dà vita alla Ragazza con l’assorbente, protagonista di un suo racconto, ma infine partecipe all’intera vicenda fino alla soluzione dell’intreccio. O ancora quella del Softwarista, informatico la cui dimensione di programmatore di videogiochi interpola la realtà fino a suggerire di esserne la fonte primaria. Narratori e personaggi narrati interagiscono con disinvolta continuità, i piani si compenetrano, e la finzione narrativa diventa realtà o viceversa.
Fin dalle prime pagine, il lettore apprende non senza un certo smarrimento, quanto siano permeabili questi piani, o meglio quanto la realtà sia un concetto arbitrario, e al contempo quanto assuma nitidi contorni di verità l’equazione tra il racconto delle cose e le cose stesse. L’universo è narrazione dell’universo, ovvero il creato coincide con il processo creativo; e non esiste materiale di risulta, ma solo infiniti frattali del reale la cui inaccessibilità è per no “lettori irredenti” riflesso di un limite tutto nostro, da cui con la letteratura cerchiamo di affrancarci.
Il filo rosso che imbastisce l’opera è una sequenza di vicende bizzarre, a partire dalla scomparsa della Meringa, segretaria del Gatto, rapita e data in pasto al mondo clandestino della pornografa estrema; fino al coinvolgimento dell’editore in una campagna pubblicitaria tramite la quale un ignoto cliente dalla maschera di porcellana – non altri che Dio – intenderebbe vendere il pianeta Terra appena prima che il mondo venga travolto dall’apocalisse. E di questa campagna il capolavoro in cantiere dovrà essere in qualche modo testa d’ariete, manifesto, libro sacro, veicolo di redenzione prima del diluvio, e condurre passo dopo passo al precipizio finale in cui l’universo collasserà per poi, chissà, tornare a espandersi in altra forma con accelerata inflazione, come dopo un rinnovato big bang, o un concepimento.
Benché nell’arte, come nella scienza, parlare di “creazione” sia piuttosto fuorviante – poiché l’arte tutta è in effetti derivativa –, proprio nel concetto di “creazionismo narrativo” Canti del caos trova uno dei suoi fuochi: narrare è un atto generativo che aggrega materia e avvia catene causali là dove prima non vi era nulla se non potenziale inespresso. Il Matto è un demiurgo che in quanto autore ha sì prerogative divine entro il perimetro che traccia con la scrittura, ma allo stesso tempo deve fronteggiare la creazione che da quella scrittura deriva e che prende vita, acquista libero arbitrio, plasma il mondo e ne crea di nuovi.
Gli eventi accadono mentre li si racconta, e in ciò non vi è nulla di grammaticalmente insolito; ma anche il passato si fa nel momento in cui viene enunciato: eventi sconosciuti occorsi prima del momento in cui vengono raccontati cominciano a esistere soltanto ora, e con essi le implicazioni causali che portano con sé. È in osservanza di questo principio “eretico” che sul finire della seconda parte dei Canti, la Meringa, prima vittima degli eventi, rivela di essere colei che in verità muove i fili di tutto fin dal principio: soltanto allora i ricordi degli altri personaggi, altrimenti ignari, scaturiscono di conseguenza dal magma delle possibilità narrative e si sincronizzano con la nuova realtà generata dall’arrogarsi della Meringa (il cui vero nome, Leonarda, è imposto retroattivamente soltanto a pagina 799) il titolo di demiurgo. Non peraltro il Gatto, inizialmente perplesso perché convinto di essere lui a dirigere gli eventi manovrando il Matto prima e rubandogli il ruolo di narratore poi, conviene che le cose siano sempre state, in effetti, come asserisce la sua a quanto pare mai fu segretaria.
«Di che cosa ha paura?» gli dissi. «Eppure è lei l’editore, qui dentro!»
[…]
Il Gatto girò la testa verso Leonarda.
«Non sono io l’editore!» disse in un soffio. «Da questo momento non lo sono mai stato!»
«E allora chi è?»
«Adesso è lei!» disse il Gatto indicando con un movimento della testa Leonarda […].[1]
Chiunque brandisca lo scettro del demiurgo è in grado di rettificare il passato e cambiarlo di segno con la sola imposizione della parola, e in poche righe ribaltare per capriccio la prospettiva che ha dato l’indirizzo alle precedenti 800 pagine.
Si capisce così che la “creazione letteraria” è un’iniezione di vitalità pervasiva, quasi infestante. Una volta avviato il meccanismo, esso procede per addizione a un ritmo esponenziale, l’entropia monta come una marea e moltiplica le storie, gli snodi narrativi, gli orizzonti. Allora la materia si gonfia, si espande in maniera accelerata, la forma romanzo è ancora riconoscibile ma si stira, si divelle, si sfilaccia, esplode qui e là in punti roventi sospesi in uno spazio sempre più vasto e rarefatto che corre verso la propria morte termica.
È nella terza parte di Canti del caos che la trama, per quanto sia stata fin dall’inizio eccentrica e digressiva, si disgrega del tutto. Persino le forze coesive del testo vengono meno, la sintassi si allenta, la temporalità degli enunciati cerca di considerare in una volta ciò che è, che potrebbe essere e che sarà; passato e futuro invertono la propria polarità e scambievolmente l’uno può essere causa o effetto dell’altro senza per questo cadere in contraddizione. Lo rivelano l’estrema incoerenza nell’uso dei tempi verbali o la copiosità degli incisi ipotetici.
E mentre la forma si degrada sempre più, anche la materia della narrazione inizia a decadere, a ridursi a qualcosa di monadico e puntiforme, che incarna fra tutte soltanto una delle infinite possibilità di esistenza. Un embrione di universo, di essere umano o di scrittore, che dir si voglia.
In un mondo ormai oscuro in cui il tempo e lo spazio sono concetti anarchici, ipotesi senza più riscontri empirici, il personaggio dell’Investitore vaga con la sua auto e travolge tutti i gli altri personaggi, persino i narratori, persino Dio; finché verrà investito a sua volta e mandato nell’increazione da un altro investitore improvvisato, il quale si ritroverà solo, infine, in un mondo deserto che non è più mondo, non è più niente se non uno spazio apparentemente infinito e infinitamente vuoto. O, al contrario, la soglia per un altrove e un altro quando in cui realizzarsi.
Dove sono? Chi sono? Sto morendo o nascendo?
Qualunque cosa sonosarò, mi giro su un fianco, mi girerò. Muovo le mani nel buio nero che muoverò, mi tasto per l’ultima prima volta la superficie del volto, gli occhi chiusi, la fronte, il naso, le orecchie, la bocca, per sapere finalmente chi sonosarò, se sarò. Sento, sotto i cerchi dei miei polpastrelli increati che palpano i contorni delle mie labbra increate, che la mia bocca si sta allungando sempre di più.
«Il mio tempo è finito. È cominciato il mio» penso penserò un istante prima che penserà, nella luce nera che sarà, nell’increato che sarà, nel mio cervello seminale increato che sarà, un istante prima che sarà, che sorriderà, che sorriderà, nell’increato sorriderà.[2]
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Note
[1] A. Moresco, Canti del caos, Feltrinelli, Milano, 2024, p. 801.
[2] Ivi., p. 1069.







