Ab ovo usque ad mala
Vizi e storture di un libro da ripensare da capo
Questo è un volume di glottodidattica […] ed è un volume accademico, che intende contribuire alla ricerca e alla conoscenza – ma non abbiamo usato né la microlingua glottodidattica né lo stile accademico, nel tentativo di renderlo comprensibile anche ai non accademici. […] Non è un volume divulgativo […] ma usa una lingua che vuole coniugare la precisione scientifica con la più ampia comprensibilità possibile.
(p. 13)
Tanto si legge nell’introduzione a La comunicazione interculturale[1] di Paolo Balboni e Fabio Caon; e tanto si aspetta il lettore che, come me, vi si accosti non solo spinto da personale interesse, ma anche in virtù dell’esigenza di acquisire conoscenze propedeutiche al lavoro.
Eppure chi usasse un approccio serio, rigoroso, accademico appunto, ne avrebbe in cambio una seria delusione. So bene che la docenza universitaria e l’accreditamento nel mondo – di nuovo – accademico sono subordinati alla più o meno assidua pubblicazione di contributi; come so che l’editoria saggistica spesso richiede tali pubblicazioni a nomi di spicco nel settore, per colmare una lacuna del mercato o aggiornare la teoria della disciplina. Ciò non toglie che i contributi in questione dovrebbero restituire quantomeno il rigore anticipato nelle premesse.
Non è questo il caso.
Il volume di cui parliamo si pone il dichiarato obiettivo di «superare la semplice nozione di “competenza comunicativa” con l’aggiunta esplicita dell’aggettivo interculturale» (p. 12).
Ma prima di essere interculturale, la comunicazione è semplicemente “comunicazione”, che, a guisa di premessa generale e fondativa della trattazione, gli autori definiscono così:
comunicare significa scambiare messaggi efficaci, cioè che raggiungono il nostro scopo.
(p. 15)
Il che è sensato, ma anche alquanto superficiale, tratto, quest’ultimo, che prefigura l’impostazione dell’intero testo. In tutta l’opera, che, ribadiamolo, si definisce da sola accademica, manca ogni riferimento a qualsivoglia fonte bibliografica! Solo di quando in quando, compare a fine paragrafo una lista di titoli collaterali, un elenco di consigli di lettura perché il lettore tragga da altri tutto ciò che questo libro non è in grado di dargli.
La prosa è sciatta, talvolta sgrammaticata e costellata di un numero inaccettabile di refusi.
L’esposizione è per lo più elencatoria o basata su arbitrarie opposizioni di concetti. Opposizioni, mi è parso, sorrette più da false dicotomie che da reali antitesi tra gli argomenti.
False dicotomie
Si prenda la distinzione iniziale tra comunicazione e informazione: la prima sarebbe un atto «volontario, programmato e consapevole», mentre la seconda sarebbe un trasferimento involontario di dati da un interlocutore all’altro. Ma già a partire da questa opposizione, il manuale non discerne più tra le possibili modalità di comunicazione, cioè il come essa avviene (intenzionalmente o meno), e il suo oggetto, cioè il cosa comunichiamo, l’informazione che (ancora, intenzionalmente o meno) trasferiamo all’interlocutore.
Segue a distanza di poche righe un’altra falsa dicotomia: lo scambio comunicativo può avvenire tra due o più interlocutori (comunicazione dialogica), oppure tra un parlante e un uditorio (comunicazione monologica). Il primo caso si realizza in ogni situazione conversativa; il secondo ogni qual volta l’uditorio non partecipi attivamente alla costruzione del discorso. È il caso delle conferenze, esempio citato nel libro. Senonché il ventaglio di possibilità si chiude immediatamente:
«Tranne che in una conferenza, il messaggio orale viene creato in maniera cooperativa».
(p.16)
E tuttavia pare un’asserzione un po’ troppo tranchant, che non tiene in considerazione i numerosi e vari casi di comunicazione monologica che esulano dalla conferenza. Un monologo teatrale è un perfetto esempio; una lettura performativa, un altro; poi ci sono i comizi elettorali; le esibizioni canore ai concerti; le pubblicità; un qualsiasi palinsesto radiofonico…
Insomma, un’approssimazione piuttosto marcata per un sedicente “volume accademico”.
Brutto e cattivo
La generalizzazione di assiomi infondati è purtroppo colonna portante di quest’opera, e lo sforzo di mitigarne il brutto effetto è delegato a quattro righe di sconfortante modestia in uno dei capitoli finali, a cui arriveremo.
Ma prima, a proposito di bruttezza (e continuando nel solco delle false dicotomie), mi ha particolarmente colpito la rilevanza morale attribuita a una differenza idiomatica tra l’inglese e l’italiano.
Un informant americano ci ha fatto quest’esempio, che riportiamo per la sua chiarezza: “se io durante questa intervista, prendo questo bicchiere e lo butto a terra dove si rompe e spande il liquore, un americano dice che sono stato bad, un italiano dice che brutto!”: in effetti, al di là della fiorita serie di espressioni che useremmo noi italiani, in nessun caso penseremmo che chi ha rotto il bicchiere sia “cattivo”.
La cultura americana, e quelle americanizzate, tendono a proporre giudizi sul parametro buono/cattivo sia nella quotidianità sia nelle materie alte […].
La cultura italiana tende ad essere più estetica, se così si può dire: una brutta figura, un brutta parola […].
Il problema, per sintetizzare, è che in alcune culture il giudizio avviene su un asse morale molto forte (buono/cattivo) che agli italiani pare improprio.
(pp. 31-32)
Cosa non va in questo passaggio? Per amor di sintesi, direi tutto, ma voglio essere capillare.
Partiamo dalla fine, con un brevissimo accenno a una prassi ripetuta più volte nell’intero manuale ma metodologicamente scorretta: l’attribuire agli italiani comportamenti, reazioni, posture culturali inventate. Non è vero che “agli italiani pare improprio” udire sintagmi come bad behavior, bad thing, bad moment eccetera. È un’affermazione infondata il cui tono dovrebbe tuttalpiù declinare nell’ipotetico, per quanto anche un’ipotesi del genere sia un azzardo. Il testo non riporta dati statistici a suffragio né di questa né di altre asserzioni (che citerò più avanti) sulla sensibilità comunicativa degli italiani o la loro considerazione da parte di interlocutori esteri. E non basta certamente essere italofoni madrelingua per allargare la propria esperienza comunicativa a quella di tutti gli altri: una grossolana (e assai poco accademica) fallacia argomentativa nota come bias di proiezione sociale. In altri termini, se gli autori di questo manualetto si stupiscono dell’uso idiomatico di bad in inglese, non significa che qualunque altro italofono lo faccia.
A proposito di idiomatismi, analizziamone il concetto e valutiamo da un lato se quest’uso della lingua inglese sia o meno una peculiarità, dall’altro se l’antitesi fra morale ed estetica sia o meno plausibile.
Idiomatismo, dunque: il dizionario lo definisce “Caratteristica linguistica o costruzione tipica di un determinato idioma”, e ciò è pacifico. Vi è però da aggiungere un’ulteriore considerazione: all’interno di un codice espressivo (una lingua), gli idiomatismi – detti altrimenti locuzioni o frasi idiomatiche – hanno solitamente un significato figurato palese a tutti coloro che condividono quel codice. Come molti sanno, per esempio, l’espressione inglese not my cup of tea non significa letteralmente “[questa] non è la mia tazza di tè”, bensì “[questa cosa] non fa per me” o “non è il mio genere”. Parimenti, non è da intendersi letteralmente l’uso dell’aggettivo bad in espressioni come bad taste, bad moment eccetera. L’attributo espresso da bad non è una cattiveria morale, allo stesso modo in cui in italiano la “bruttezza” in espressioni come brutto momento, brutta persona ecc. non è estetica.
Accanto a questo, l’affermazione secondo cui agli italiani suonerebbe improprio questo presunto giudizio morale espresso da un anglofono è ulteriormente falsificabile poiché anche l’italiano contempla un uso idiomatico dell’aggettivo cattivo, sovrapponibile all’inglese e altrettanto privo di implicazioni morali. Qualche esempio:
- Cattivo gusto (bad taste)
- Cattiva sorte (bad luck)
- Cattivo comportamento (bad behavior)
- Cattiva compagnia (bad company)
- Cattive maniere (bad manners)
Peraltro la lingua italiana ha la possibilità di collocare l’aggettivo prima o dopo il nome (cosa impossibile in inglese), e ottenere in tal modo significati diversi a partire dai medesimi elementi: c’è differenza tra un vecchio amico e un amico vecchio, così come tra un cattivo studente e uno studente cattivo. Una brutta persona è un individuo riprovevole e pericoloso; una persona brutta manca forse di pregi estetici, ma la sua moralità non è in discussione.
Come si riconosce un italiano all’estero
L’inglese che sente due italiani discutere serenamente ritiene che stiano litigando.
(p. 40)
Fulminante come un aforisma, questa sentenza si inserisce nel più ampio discorso della gestione del volume della voce in una conversazione. Volume che i popoli mediterranei tenderebbero ad alzare sopra la media degli altri. Secondo gli autori del manuale, gli italiani sarebbero particolarmente rumorosi e inclini a interrompersi a vicenda durante una conversazione, al punto che un inglese scambierebbe facilmente per un litigio una pacata discussione nella lingua del sì. E perché mai succederebbe? Perché, leggiamo,
in Inghilterra quel tono di voce e quel reciproco interrompersi sarebbero propri di un litigio.
[…]
Se consideriamo che gli italiani agitano le mani, hanno una grande mimica facciale, invadono lo spazio dell’interlocutore e lo interrompono spesso, ne consegue che l’alto tono di voce aggiunge una conferma alla “aggressività” che ci viene spesso attribuita.
(p. 40)
Ricapitolando: l’italiano parla ad alta voce, ha un’espressività esagerata, non sa stare al suo posto e interrompe sempre l’interlocutore. Appare, insomma, come una sorta di bambino maleducato incapace di relazionarsi con gli sconosciuti e di comprendere i contesti comunicativi. (Oppure sono gli inglesi ad avere un sistema nervoso particolarmente irritabile.)
Sia come sia, è da passi come questo – e numerosi altri – che emerge la farraginosità di un lavoro sedicente “accademico”, a mio avviso nato invece con l’intenzione di monetizzare un corso di laurea.
Ma proseguiamo nel solco di questa linguistica sociologica a buon mercato: poco più avanti il lettore apprende come gli italiani quando parlano inglese siano poco inclini a usare formule di cortesia e buona educazione, quali please e thank you.
Il mancato uso di queste forme da parte degli italiani fa ritenere a un anglofono che noi siamo poco polite, il che risulta grave se si aggiunge al tono di voce, alla mobilità delle mani e alla vicinanza eccessiva che ci fanno ritenere aggressivi.
(p. 53)
Ora, non escludo che questo possa accadere, ma sono propenso a imputare tale eventualità a una conoscenza della lingua approssimativa se non rudimentale da parte del locutore. E poiché la comunicazione non vive di soli enunciati verbali, un’intenzione cortese infusa nel tono, nella postura, nella mimica e nella gestualità del parlante supplirà con agio a qualunque mancanza linguistica. E ciò in ogni lingua.
A riprova della convinzione degli autori intorno a questo punto, il ribadimento di questi concetti diventa seccante:
Gli italiani muovono molto le mani mentre parlano: ciò spesso li fa ritenere aggressivi, invadenti – e la cosa è grave se questa sensazione viene confermata dal tono di voce troppo alto.
(p. 61)
Non saprei dire con certezza da dove nasca l’attaccamento a questa idea, il testo non ne fa menzione. Il che mi porta a pensare che sia frutto di un’osservazione empirica degli autori sotto la pesante (forse inconscia?) influenza dei comuni stereotipi nazionali. Molto poco per ricavarne una teoria generale.
Nel prosieguo, però, questo principio basilare viene ignorato e si afferma che il nostro tono di voce è «sempre ritenuto “litigioso” dagli stranieri» (p. 80, il corsivo è mio). E ancora:
Gli inglesi ritengono che gli italiani […] litighino anche per stabilire che sono d’accordo […], e agiscono di conseguenza; essi [gli inglesi] poi confermano la loro opinione sulla litigiosità degli italiani.
(p. 123)
Emerge da queste pagine un profilo piuttosto netto dell’italiano e delle sue modalità di comunicazione; in forma di pacata sentenza si espone l’idea di fondo, e la struttura delle asserzioni non ammette che nel lettore si formi un pensiero diverso da quello proposto senza che esso cada in aperta contraddizione con il testo, generando al contempo notevole perplessità per un ritratto così macchiettistico. Ancor peggio se si pensa che lo stesso ingombro testuale avrebbe potuto essere destinato a brani di maggiore profondità, magari documentati. E invece l’assieme risuona caricaturale nel suo piglio definitorio: il nostro tono di voce, si diceva, è percepito come litigioso sempre.
Senonché, a poca distanza dalla conclusione – e chissà poi perché così tardi – compare una sorta di chiarimento di cui fatico a cogliere il senso:
Abbiamo elaborato – in questa edizione – un modello che tiene conto di alcune criticità emerse negli anni […] Nello specifico, è emerso il rischio di una lettura “rigida” delle voci che vengono presentate (aspetti verbali, non verbali e valori di fondo) e che rappresentano semplicemente delle categorie orientative.
(p. 133)
Anche il lettore più disattento avrà colto la contraddizione di questo passo, che è forse da intendersi come una storta di correttivo fuori tempo massimo. Correttivo incapace di altri effetti se non l’enfatizzare la sciatteria di un’opera malamente divulgativa, in grado di individuare il proprio destinatario solo in un pubblico tanto vasto da essere irriconoscibile: letteralmente chiunque cerchi nozioni elementari sulla materia. In barba a ogni accademia, si direbbe.
“Un giapponese, un etiope e un italiano entrano in un bar…”
Ebbene, vediamone alcune di queste “categorie orientative”.
Prendiamo ad esempio i nostri amici del Sol Levante. A leggere questo manuale, si impara che
una vomitata comune tra giovani all’uscita di una discoteca giapponese sancisce un patto di amicizia e complicità.
(p. 63)
Oppure si osservi il caso dell’indigeno etiope:
Etiopia, bivio, strada per Nairobi a destra. Un viaggiatore bianco chiede a un indigeno «È questa la strada per Nairobi?» indicando a sinistra. L’indigeno risponde «Sì» anche se sa benissimo che per Nairobi si va a destra. Ma non può rispondere di no, pena l’offendere gravemente uno straniero che, avendo posto una domanda chiusa, può avere come risposta solo «Sì».
(pp. 45-46)
Questo scenario rientra nella fattispecie delle risposte a domande chiuse (cioè che ammettono in risposta solo “sì” o “no”). L’esempio pare tuttavia strampalato per almeno due motivi. Il primo, l’assurdità della situazione: perché la scenetta si svolge proprio in Etiopia? L’impossibilità di rispondere “no” a una domanda chiusa è peculiarità del popolo etiope? Ci fidiamo. Dunque, perché proprio il bivio per Nairobi? Nairobi è la capitale del Kenya e, tanto per dire, è 1500 km a nord di Addis Abeba, meta molto più plausibile se volessimo mantenere coerente il setting proposto.
Secondo motivo: se prendessimo per vero questo presunto tratto culturale del popolo etiope – al quale, per inciso, potremmo credere come no, non essendoci alcuna attestazione documentaria dentro e fuori le pagine di questo manuale –; dandolo per vero, dicevo, la comunicazione fallirebbe prima ancora di cominciare, perché “l’indigeno” direbbe il falso. Dunque saremmo di fronte a un bivio: o, ignari del bizzarro costume etiope di mentire agli stranieri per non offenderli, voltiamo a sinistra convinti di andare a Nairobi, ma invece chissà dove finiremo. Oppure, consapevoli di questa peculiarità, a ogni “sì” ricevuto (in nessun caso l’indigeno dirà di “no”) dovremmo scommettere se sia la verità o meno. Gente bizzarra, gli etiopi…
Per concludere la rassegna, torniamo nel Bel Paese, in cui, tanto per cambiare
Gli italiani che, come tutti i latini, hanno orrore del silenzio presentano un comportamento “logorroico”.
(p. 99)
Trent’anni portati male
Se comunicare è un atto deliberato e consapevole, questo libro deliberatamente comunica un senso di confusione. L’approssimazione che ne affligge le pagine tenta goffamente di passare per necessaria: sintesi ed economia cognitiva sono le giustificazioni all’impostazione così rarefatta di questo libello, che tuttavia non tollera di essere definito “divulgativo”, anzi, pretende la patente di “accademico”.
Eppure i difetti tracimano dai margini, malgrado la copia che ho in mano sia l’ottava ristampa (2024) di questa terza edizione (2015), da intendersi come un «volume autonomo, nuovo» (p. 12) rispetto alle prime due di molti anni addietro (1999 e 2007). Detto altrimenti, in quasi trent’anni il tempo per rinnovare davvero il testo, ampliarlo e approfondirne il discorso c’è stato, ma non è stato usato a dovere. Chissà perché.
L’esito di questa non-operazione editoriale è un manualetto che, dopo un’attenta spigolatura da parte del lettore, offre sì qualche nozione interessante, ma da approfondire giocoforza altrove. Qui e là, indicazioni bibliografiche, spesso ben nutrite, risultano fondamentali: non tanto perché la trattazione sia densa e ramificata; al contrario, essa privilegia la delega ad altre opere piuttosto che il loro impiego nell’argomentazione.
Tra empirismo e affermazioni apodittiche, ci si imbatte in contraddizioni plateali che mettono in discussione la comprensione stessa delle fonti usate (ammesso che ci siano). Si confrontino, ad esempio, i passi che seguono:
in Italia la gerarchia è implicita, non esibita;
(p. 103)
contro
Società come quelle italiana, […] privilegiano una leadership chiara […] mentre alcune società nordeuropee […] tendono a lasciare implicito, cioè non comunicato, il ruolo gerarchico.
(p. 120)
Accade anche, talvolta, di incappare in boutade dal vago alone ideologico – a voler essere maliziosi –, come per esempio, nella disamina del fenomeno del “politicamente corretto”.
Se da una parte, leggiamo, si è approdati all’uso dell’espressione “diversamente abile” in luogo di “disabile” e, prima ancora, di “handicappato”,
tale attenzione per le parole […] non si esercita nei confronti dello straniero, definito con un prefisso negativo in “extra-comunitario”.
(p. 106)
dove però l’accezione appare (freudianamente) negativa solo alla sensibilità di chi ha scritto il passo.
Un altro esempio, è il commento che segue, dal tenore reazionario ma confinato in maniera passivo-aggressiva tra parentesi:
La scena «Lasci-che-pago-io-No-si-figuri» […] è tendenzialmente in forte declino ovunque, tranne quando un uomo offre un pranzo a una signora (alcuni politically correct integralisti ritengono offensivo per una donna che la si consideri incapace di saldare il suo conto da sola).
(p. 128)
L’aspetto più avvilente è che per come è formulata, questa specie di invettiva dà ragione proprio a quegli “integralisti” che vorrebbe sferzare: se alla base dell’insistenza nell’offrire il pranzo a una signora non c’è la libera volontà di proporsi, bensì l’arbitraria e paternalistica credenza che ella sia finanziariamente incapace, certo che farlo è offensivo. Che l’estensore del brano ritenga tale circostanza un estremismo, e per di più non si sia reso conto di aver prodotto con la propria retorica argomenti contrari alle proprie stesse tesi, rischia di dire più su di lui che sugli “integralisti”. Infine, a dirla tutta, ha l’aria di essere una considerazione inopportuna nel contesto generale.
Ab ovo usque ad mala
Per tirare le somme, La comunicazione interculturale di Balbone e Caon è una lettura modesta, in grado di dispensare qualche nozione pur interessante ma che si dovrà approfondire altrove. Al contempo, però, vuole essere presa sul serio: pretende l’etichetta di “volume accademico” e ricusa quella di “volume divulgativo”, ma se da una parte non raggiunge il livello minimo per la prima, dall’altra arranca in maniera fin troppo vistosa per meritare appieno la seconda.
Dunque cos’è?
Forse una bozza, di certo il rimpasto di un testo datato che vuole proporre un «modello originale […] oggetto di attenzione internazionale» (p. 13), che tuttavia porta sulle spalle il peso di ormai tre decenni. E in tutto questo tempo ci si è posti soltanto il problema di rimescolarne il sommario? È un libro che chiede aiuto, ecco cos’è. Un libro che chiede a gran voce di essere rifatto. Dal principio alla fine.
*
Note
[1] Marsilio Editori, Venezia, 2015 (2024), p. 13.


Questo è un volume di glottodidattica […] ed è un volume accademico, che intende contribuire alla ricerca e alla conoscenza – ma non abbiamo usato né la microlingua glottodidattica né lo stile accademico, nel tentativo di renderlo comprensibile anche ai non accademici. […] Non è un volume divulgativo […] ma usa una lingua che vuole coniugare la precisione scientifica con la più ampia comprensibilità possibile.




