Il banditore
Profezia della schiavitù moderna
Quel che sono è tutto ciò che ho
Chi sono io? Cosa mi rende la persona che sono? La mia identità è “mia” perché mi appartiene o perché mi viene elargita dallo sguardo di qualcun altro? E se così fosse, potrei mai esserne privato da qualcuno?
Nell’epilogo della Camera dei segreti, Albus Silente conforta un giovane Harry Potter in preda a un doloroso dubbio esistenziale: «Sono le scelte ce facciamo» dice il vecchio mago «che dimostrano quel che siamo veramente».
Ho scelto di citare quest’opera per ragazzi poiché, nato nei primi anni Novanta, è da essa che da bambino appresi questo concetto. Quasi venticinque anni dopo, ancora la ritengo una posizione suggestiva, ma ahimè trovo abbia il retrogusto cartonato degli aforismi, e sia perciò insufficiente a dirimere la questione dell’identità, della sua pertinenza e del pericolo di esserne spogliati. Ciò perché si attesta unicamente sul piano morale (e alla maniera sciapa, s’è detto, delle massime), cioè attesta l’origine e la definizione dell’io a un qualche luogo interiore dell’individuo: l’anima? Il cuore? Non si sa.
E tuttavia, la materia ci compone assai più che lo spirito: siamo, per costituzione, materialisti, cerchiamo il contatto e la relazione materica, mandiamo messaggi al di fuori di noi, fisicamente, e da quel “fuori” attendiamo risposte. Dunque cerchiamo più nelle cose che nelle idee la validazione finale alla nostra identità.
In altre parole, per la gran parte (non dico in toto) siamo ciò che possediamo[1]: siamo lo specchio all’ingresso di casa, i nostri vestiti; siamo lo scaffale in salotto e i libri che vi posano; siamo il servizio buono; siamo ciò che teniamo in dispensa. Siamo gli oggetti di cui – avendone pur bisogno – amiamo circondarci e con cui arrediamo, personalizziamo, i nostri spazi, e che a ogni sguardo ci restituiscono l’immagine di noi che proiettiamo su di essi.
Molto di quello che siamo si trova al di fuori di noi, e perciò la nostra identità rischia di essere alla mercé di chiunque abbastanza potente, scriteriato e malvagio ce ne voglia privare.[2] È il capitalismo, bellezza. Ed è anche la premessa narrativa sottesa all’unico, sinistro, angoscioso, feroce romanzo di Joan Samson: Il banditore.
Perly Dunsmore signore feudale
Un giorno di primavera, il banditore d’aste Perly Dunsmore giunge nella cittadina di Harlowe, nel New Hampshire, e inizia a chiedere alla comunità donazioni per le sue aste. Se in un primo momento le richieste sono accolte di buon grado dalla gente del posto, il banditore si trasforma ben presto una presenza opprimente e intimidatoria. Timorosi della milizia privata in cui Dunsmore ha trasformato la polizia, la gente di Harlowe cede al banditore un oggetto dopo l’altro. Qualcuno abbandona la città prima di perdere tutto; qualcun altro non ha alternativa che restare a dissanguarsi; altri ancora, attraverso un inscalfibile attaccamento alla terra dei propri avi, oppongono al banditore una stoica resistenza.
Tra questi vi è John Moore, contadino, allevatore, uomo dalla schiena dritta che con le sue sole forze provvede alla vecchia madre Ma’, alla moglie Mim e alla figlioletta Hildie.
Le visite del banditore alla sua fattoria sono serrate: ogni giovedì si presenta alla tenuta dei Moore per riscuotere la decima, dapprima col chiedere se abbiano qualcosa da offrire, poi con l’esigere, infine col scegliere a sua discrezione cosa prelevare, come fosse il signore del luogo. Così, a cominciare dalle insignificanti ruote di un carro dismesso, fino ad arrivare al mobilio di casa i Moore perdono ogni cosa.
Oggi gli attrezzi agricoli e i macchinari, domani i fucili; dopodomani la toeletta di Mim; poi la TV, il tavolo da pranzo, le sedie, il divano, il materasso; quindi le vacche e il raccolto di zucche e patate.
L’assedio di Perly Dunsmore non impoverisce i Moore perché li priva dei loro oggetti, ma perché a quegli oggetti – al netto dell’ovvia ricaduta sul benessere della famiglia che tale perdita causa –, a quegli oggetti, dicevo, è ancorata la loro identità. Senza di essi, ai Moore non resta che il nome. Senza attrezzi e macchinari, John non è più un contadino; senza il bestiame non è più un allevatore né può ricavare il burro da vendere in città. Senza mobilio, la casa è un guscio vuoto e la sua sacralità è vilipesa mortalmente. Senza i fucili, viene a mancare l’ultima possibilità di sostentamento e difesa.
Resta la terra, sì, a cui John si aggrappa con tutto sé stesso. Quella terra che, ironicamente, i Moore delle generazioni passate hanno strappato ai nativi. Ma Perly Dunsmore ha un piano anche per la terra, e non solo.
Canis canem edit
Joan Samson realizza l’affresco di un’America predatoria e cannibale, un titano che non esita a divorare i propri figli in nome del profitto. Dunsmore[3] è un personaggio oscuro: proviene dal mondo, al di là dei confini familiari del borgo rurale di provincia, ma nessuno sa davvero qualcosa su di lui, a meno di non fidarsi della sua parola. E la parola di Perly Dunsmore dice che è nato nel New Hampshire, come la brava gente di Harlowe; e che è cresciuto in campagna, come la brava gente di Harlowe; in una fattoria, proprio come la brava gente di Harlowe. Non è il nemico violento che irrompe e razzia: Perly Dunsmore ha il volto familiare di un cugino di ritorno dopo lungo tempo lontano da casa, ma anche il fascino cosmopolita di chi si è aperto a cose più grandi prima di riabbracciare le proprie origini.
La gente di Harlowe crede all’inganno e pensa “Perly Dunsmore è come me, quindi sa cosa è meglio per me e me lo darà”. Ma Perly Dunsmore è un veleno mortale che ha il sapore del miele: chi lo beve ne chiede ancora, e persino quando comincia a stare male non riesce a rinunciarvi.
Che cosa ricorda tutto ciò?
Profezia o inerzia dei tempi?
Ora, questo romanzo è stato pubblicato nel 1976 (stesso anno, peraltro, in cui morì la sua autrice). Mentre nella mia testa riecheggia il gran caos del mondo contemporaneo, non posso fare a meno di chiedermi se siano le qualità narrative di questo libro a essere profetiche, o se piuttosto nei cinquant’anni appena trascorsi il tessuto della realtà sia cambiato ben poco, anzi, che quel male sotterraneo che ci accompagna, che ci deprime, che ci fa sentire di essere sostituibili come merce su uno scaffale non abbia fatto altro che crescere, diffondersi, incancrenirsi, una metastasi velenosa che ci sta convincendo ad abdicare alle nostre prerogative di cittadini, a rivoltarci contro le nostre stesse comunità, a smembrarle in nome di un individualismo esasperato mentre elemosiniamo un po’ di attenzione da ci sta intorno. Dalle pagine del suo romanzo, Samson avverte del pericolo di delegare a qualcun altro la gestione di ciò che ci appartiene; del pericolo di svendere noi stessi rinunciando a ciò che è nostro. Perché, se ancora non l’ha fatto, Perly Dunsmore verrà a bussare anche alla nostra porta e si aspetterà che ci separiamo con gioia da ciò che al contrario dovremmo custodire con la massima cura. E se lo lasceremo entrare, chiederci di rinunciare a noi stessi sarà solo un atto di cortesia, l’indagare se il condannato preferisca la corda o il plotone.
Note
[1] Importante, per non travisare il discorso, è non confondere il concetto di materialismo con il paradigma consumistico “produci-consuma-crepa”.
[2] Per chiarire: si pensi alla progressiva e ormai inarrestabile dematerializzazione dei beni di consumo. In questo quarto di secolo, con prodromi illustri già nei decenni precedenti (es. Blockbuster) siamo scivolati da una società dei beni, fondata sul possesso di quei beni, a una società dei servizi, in cui compriamo l’accesso ai beni che ci interessano. Musica, film, videogiochi, server, persino libri: lo streaming ci permette di comprare un lasso di tempo in cui fruire di ciò che ci interessa, ma l’oggetto del nostro interesse non ci appartiene più, ed è accessibile soltanto finché versiamo la nostra quota mensile. Abbiamo accettato, senza colpo ferire, di noleggiare molta parte di ciò che rende tale la nostra vita.
[3] Se sia volontà dell’autrice o soltanto un mio attacco di pareidolia semantica non saprei dirlo, ma il nome del banditore sembra comporsi molto eloquentemente di dun (plur. duns), “sollecito di pagamento”, e more, “di più, ancora”.







